Lo sviluppo centripeto secondo i principi delle sostenibilità.
A cura di Maria Mazza, architetto
Ko-Bogen a Düsseldorf, Studio Ingenhoven Architects 2020. Complesso che ospita attività commerciali avvolto da 8 km di siepi carpino, la facciata verde più grande d’Europa.
Foto deltaZERO.
Con una votazione che risale al 2013 popolo e Cantoni avevano approvato alcune modifiche alla Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT) che miravano a contenere l’estensione degli insediamenti urbani favorendo uno sviluppo insediativo centripeto di qualità. Con sviluppo insediativo centripeto s’intende uno sviluppo che favorisca la concentrazione di residenze, posti di lavoro, servizi, aree verdi e per lo svago, in corrispondenza di luoghi già urbanizzati e strategici, come per esempio nodi del trasporto pubblico. Tale sviluppo insediativo deve essere realizzato migliorando la qualità del tessuto edilizio e urbano, rispettando l’identità, la storia e la cultura delle aree e dei quartieri coinvolti. Con l’attuazione di queste modifiche gli enti pubblici erano stati chiamati ad attivarsi nella gestione del territorio sulla base di questa nuova direttiva promuovendo interventi urbanistici di qualità. L’indicazione era ed è tutt’ora quella di non puntare alla mera crescita quantitativa, ma al contrario favorire uno sviluppo insediativo bilanciato dal punto di vista sociale, economico e paesaggistico. Per l’attuazione di tali obiettivi è importante una stretta collaborazione tra enti pubblici e privati. Aree industriali dismesse, superfici urbane degradate risultanti da un’espansione immobiliare non regolata, zone di sosta improvvisate, “vuoti” urbani: tutte queste aree rappresentano una grande ricchezza per le nostre città, un’occasione per porre in atto un profondo cambiamento attraverso la restituzione ai cittadini di spazi pubblici e privati riqualificati. Piazze, giardini, centri culturali, aree commerciali, ogni luogo può tornare ad avere una sua dignità e un suo significato.
Traffico sì, traffico no
Un tema che coinvolge pubblico e privato e su cui si dibatte da diversi anni è la questione della presenza nei centri urbani del traffico veicolare e dell’utilizzo di piazze, sedi stradali, aree centrali di paesi e città quali zone di posteggio. Le statistiche e ancor di più l’esperienza in generale, ci dimostrano che la disponibilità di posteggio aumenta la propensione all’utilizzo dell’automobile privata e dissuade dall’utilizzare i mezzi pubblici. Inoltre, nonostante la paura spesso manifestata da privati e commercianti, non sempre l’eliminazione dei posteggi e del passaggio veicolare influisce negativamente sulle attività commerciali della zona: come dimostrato nel centro delle città di Lugano, Bellinzona e Locarno dove le aree pedonali si stanno ampliando, si potrebbe piuttosto affermare il contrario. Nel Nord Europa, come per esempio ad Amburgo, da diversi anni si sta cercando di eliminare la necessità dell’uso dell’automobile in area urbana. Amburgo potrebbe essere la prima città europea “car-free”. Già adesso sono presenti molte aree verdi, percorsi pedonali e piste ciclabili che collegano i vari quartieri e i punti d’interesse della città. Ci sono sedute che si sviluppano attraverso un’intera piazza dove è possibile leggere, dormire o riposare e scuole d’infanzia con l’area di gioco che occupa la strada invece di esserne relegata ai bordi. Il comune di Paradiso in tale ambito ha proposto una soluzione innovativa: all’interno della piazza in centro al paese ha creato il parco giochi della scuola dell’infanzia, un’area verde attrezzata che viene così animata durante il giorno dai giochi e dalle voci gioiose dei bambini nel cuore del paese. La città deve infatti essere anche il luogo dei bambini e deve quindi offrire spazi a loro misura senza che vi sia la necessità di trovarli altrove e quindi di spostarsi.
Bambini giocano a Colonia. Foto deltaZERO
Verde urbano
Anche il verde nei centri urbani è un tema di cui discute ormai da decenni. Una delle criticità importanti da affrontare in relazione al fenomeno dell’innalzamento delle temperature sono le cosiddette “isole di calore” che si creano nelle aree urbanizzate. Le superfici in cemento o asfaltate e le superfici lastricate che caratterizzano le città infatti assorbono il calore del sole in modo molto maggiore rispetto alle superfici delle aree rurali e lo rilasciano in particolare durante la notte. Questo provoca un surriscaldamento dell’area urbana: in Svizzera durante le notti estive si raggiungono differenze di temperatura fino ai 7 °C tra le città e le aree periferiche. Da diversi anni gli specialisti si sono attivati per trovare soluzioni che permettano di contrastare tale fenomeno.
L’aumento delle zone verdi e la creazione di specchi d’acqua urbani rientrano tra le strategie più diffuse per la riduzione del surriscaldamento delle aree urbanizzate. In Svizzera si opera in tal senso già da tempo, per esempio attraverso programmi di estesa piantumazione di alberi in diverse città, tra le quali Sion, dove si sono piantati alberi in aree precedentemente adibite a posteggio e Ginevra che ha in programma di aumentare la superficie alberata della città dal 21 al 30% entro il 2050.
Parola chiave: integrazione
Il verde pubblico potrebbe entrare a far parte del tessuto urbano come le piazze, i percorsi e gli edifici, in modo importante e soprattutto naturale, senza per questo ostacolare lo sviluppo del territorio edificato. Spesso i parchi e i giardini pubblici sono in un certo senso “distaccati” dalla città in quanto chiusi da barriere quali reti, recinti, ringhiere, muri e cancelli, sembrando quasi segregati dalla restante area urbana. Conseguentemente sono vissuti, anche se solo inconsciamente, come aree avulse dalla città. Si gioca, si legge, si passeggia e si chiacchiera, il tutto dentro un recinto, uno spazio che pur grande, è chiuso, ha i suoi orari e i suoi vincoli. Peccato poichè anche queste aree, così come le isole pedonali, potrebbero essere concepite in continuità con il resto del tessuto urbano, come nel precedente esempio di Amburgo.
Parco giochi a Lugano Paradiso. Foto deltaZERO.
Dal parco al giardino verticale
Negli ultimi anni si parla tanto dei cosiddetti “giardini verticali”, che oltre a migliorare l’isolamento termico degli edifici e a fungere da purificatori dell’aria (le piante sono infatti in grado di assorbire grandi quantitativi di anidride carbonica) contrastano il fenomeno delle isole di calore. Pioniere dei giardini verticali è stato Patrick Blanc, un botanico parigino che con i suoi progetti ha rivestito intere facciate di palazzi ed aree sia pubbliche che private della capitale francese. A Blanc si devono per esempio il muro a La Villette e, in collaborazione con Jean Nouvel, la facciata del museo Quai Branly a Parigi. L’idea del verde verticale è piaciuta e ha avuto diffusione sia in Francia che all’estero, come dimostra l’ormai famoso “Bosco verticale” di Milano. Non si devono tuttavia trascurare alcuni fattori estremamente negativi soprattutto dal punto di vista ecologico, ma anche dal punto di vista economico: alle nostre latitudini l’irrigazione delle piante di un giardino verticale richiede, rispetto alla stessa superficie di verde posta in piano, il dispendio di un enorme quantitativo di acqua e di energia per il suo pompaggio. Per questa ragione, volendo realizzare facciate verdi sarebbero da preferire essenze della tipologia dei rampicanti che quantomeno hanno radici a terra e da terra possono essere “gestiti”. Il verde in ogni caso è da preferire “orizzontale”.
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